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Senso civico e lotta al sommerso

 

Carlo Dell’Aringa è professore ordinario di Economia Politica presso la Facoltà di Economia e Commercio dell’Università Cattolica di Milano. È anche presidente di AISRI - Associazione Italiana di Studi di Relazioni Industriali e membro del comitato esecutivo di IIRA - International Industrial Relations Association oltre a partecipare alle attività dell’European Employment Task Force istituita dalla Commissione Europea e presieduta da Wim Kok.  A lui chiediamo un nuovo punto di vista sul tema del lavoro nero, partendo come al solito dalle motivazioni che ne giustificano una così diffusa presenza nel nostro Paese.

 

Professore Dell’Aringa, a suo giudizio qual è la causa principale dell’economia sommersa?

In generale, l’irregolarità dipende dal rapporto che esiste tra cittadino e Stato. In Italia questa relazione è meno forte rispetto ad altri Paesi europei ed è basata su una scarsa fiducia reciproca. La distanza tra le parti ha una ragione storica: il nostro Stato è stato costituito in tempi più recenti e ha soltanto 150 anni di vita. Questo influisce ancora negativamente. L’identificazione del cittadino nella collettività o nel bene comune ha così radici ancora poco profonde. Il senso civico, la cosiddetta civilness, è poco sviluppata e siamo molto indietro rispetto agli altri Paesi. Il rapporto di mutuo trust è basso e in alcune Regioni d’Italia è ancora più accentuata come condizione. In queste Regioni il lavoro nero è più diffuso.

 

Dal punto di vista della nascita delle imprese, c’è chi sostiene che il passaggio dall’economia informale a quella sommersa e alla regolarità sia “fisiologico” e che dunque l’irregolarità sia naturale in determinate aree del Paese. Che cosa ne pensa?

Questa non è una rappresentazione corretta dell’economia italiana. Oggi nascono migliaia di imprese, molte si registrano, molte si cancellano. Non tutte provengono dal sommerso. C’è una demografia imprenditoriale che mostra grande vitalità in Italia, ma la maggior parte delle società sono regolari. Non è corretto attribuire al sommerso un elemento di essenzialità per far nascere le imprese.

 

Il costo del lavoro, però, è un ostacolo reale per moltissimi neoimprenditori..

Questo sì è un elemento cruciale. Facciamo, però, delle distinzioni. Alcune piccole imprese hanno costi molto elevati e non sopravviverebbero senza eludere o evadere. Sarebbero costrette a chiudere. È una parte marginale della nostra economia, ma va presa in considerazione. Questo è un segmento di imprese che ha costi legati al lavoro e alla produzione talmente alti che in concreto fallirebbero senza evasione. C’è tuttavia anche una seconda tipologia di imprese ed è quella che evade in maniera sistematica e che non fallirebbe pagando il giusto. È un’altra parte consistente del sommerso che ha come regola l’evasione pura.

 

Nei processi di emersione di queste imprese la riduzione del cuneo fiscale potrebbe determinare effetti positivi?

Sì, ma soltanto sulla prima tipologie di imprese. Non sulle altre. Si pensi al fatto che esistono interi paesi al Sud che evadono le tasse e i contributi. In questo caso l’effetto sarebbe nullo. Per il sommerso cosiddetto marginale, invece, la riduzione dei contributi e delle retribuzioni potrebbe essere un meccanismo utile. Certamente va accompagnato da altri strumenti. Quanto al cuneo fiscale, credo che dovrebbe incidere di più sugli oneri indiretti e di meno su quelli diretti. L’Italia è infatti un Paese in cui l’Iva produce un gettito molto basso e in cui il costo del lavoro è molto elevato. Fatta 100 la retribuzione netta di un lavoratore dipendente il costo aziendale è sempre pari a 200. Non c’è dubbio che la riduzione del cuneo fiscale e una diversa struttura delle retribuzioni potrebbero fare emergere aziende oggi irregolari.

 

Rispetto alla contrattazione dei livelli retributivi, che cosa potrebbe facilitare la riduzione del costo del lavoro e dunque l’emersione?

Si dovrebbero rinforzare i meccanismi di contrattazione regionale. Il territorio è di gran lunga l’aspetto da prendere in maggiore considerazione. Siamo il Paese in cui il mercato del lavoro presenta maggiori disuguaglianze a livello territoriale. In alcune aree il tasso di disoccupazione è fino a quatto volte più elevato rispetto a Regioni poco distanti. Forse soltanto la Germania dopo la riunificazione e la Spagna hanno registrato varianze simili. I mercati del lavoro in disequilibrio richiedono strumenti di riequilibrio. In alcuni casi si tratta di intervenire sui contratti nazionali che stabiliscono dei minimi salariali. Andrebbe cambiata questa regola: la contrattazione di tipo sindacale dovrebbe essere più decentrata.

 

E per i settori, come comportansi?

Alcuni settori più a rischio prevedono già una contrattazione decentrata. Per esempio le Costruzioni, l’Agricoltura o l’Artigianato. Vanno accentuati gli aspetti di contrattazione regionale che dovrebbe sommarsi a quella nazionale. Anche il Commercio, la Grande distribuzione e il Turismo hanno forme di contrattazione provinciale e non è un caso che siano anche i settori più a rischio rispetto al lavoro nero. L’ideale sarebbe estendere agli altri settori queste forme di contrattazione.

 

Con quale obiettivo?

Valutare correttamente il territorio, il costo del lavoro e la produttività. È certamente più costoso fare impresa in determinate parti d’Italia come il Mezzogiorno e di questo si deve tenere conto in qualche modo. Le parti sociali dovrebbero fissare il costo del lavoro in modo che questo sia compatibile con un riequilibrio nazionale del mercato. Inoltre, aumentando le responsabilità a livello locale si potrebbe creare anche un ambiente più favorevole alla legalità e combattere la criminalità legata al sommerso.

 

Il recente Decreto Bersani ha introdotto una maxisanzione per le irregolarità in edilizia. Il Ministero del Lavoro ha aumentato le ispezioni. In generale, mettere pressione a chi evade è una strategia proficua o è meglio puntare sugli elementi già discussi?

I fronti sono due, come ho ricordato. Il sommerso “marginale” va affrontato guardando ai costi, che andrebbero distribuiti in modo differenziato sul territorio. Va diminuita l’importanza della contrattazione nazionale e reso più flessibile il meccanismo per adattare i salari alla produttività del sistema territoriale. Poi c’è la riduzione del cuneo fiscale. Tutti questi elementi aiuterebbero l’emersione di quelle imprese irregolari che stanno ai margini. Ma c’è anche un’altra parte, quella che evade. Questa va combattuta e basta, perché continuerebbe nell’irregolarità anche senza le tasse. Va contrastata con controlli, ispezioni e multe.

 

Perché finora hanno funzionato poco?

Esiste un circolo vizioso difficilissimo da scardinare. Da una parte la dimensione dell’economia sommersa è un incentivo a evadere: la gente ha la percezione che può farla franca. Dall’altra più è grande il sommerso, più è difficile scovare gli evasori. Se un intero Paese condivide la scelta del lavoro nero come risolvere la questione?

Ancora una volta è il senso civico a fare la differenza. È necessario che la collettività assimili questo problema e sappia che l’evasione va a suo danno. Invece di mandare i Carabinieri da Roma è necessario che si sviluppi, dall’interno, una forza di appartenenza maggiore alle comunità locali. Si deve far capire ai cittadini che se c’è chi evade altri pagano di più o hanno meno servizi. Si deve fare emergere questo trade off. Va creato una sorta di conflitto di interessi politico. Questo viene prima di tutto. È ovvio che poi, a seguire, anche uno shock determinato dagli ispettori del lavoro potrebbe avere una valenza positiva.

 

Quanto conta la proliferazione delle tipologie contrattuali nel dibattito sul sommerso?

È un tema minore. Se dovessi fare una gerarchia delle questioni più significative, metterei prima altri aspetti. Il fatto che ci sia il lavoro a chiamata o lo staff leasing che cosa ha a che fare con il 30% di economia sommersa nel nostro Paese? Questa parte non sa nemmeno che esiste il lavoro a chiamata. Toglierlo o lasciarlo non inciderebbe sul sommerso.

 

E quanto conta invece uno Stato sociale forte che prevede ammortizzatori sociali consistenti?  I sussidi per i periodi di disoccupazione aiuterebbero i lavoratori a scegliere lavori regolari?

In altri Paesi la presenza di sussidi a copertura di periodi di discontinuità lavorativa coincide con una minore presenza di lavoro nero. Gli ammortizzatori possono accompagnarsi a una maggiore flessibilità lavorativa e anche all’emersione, certamente. Ma ho qualche dubbio che in Italia possa funzionare e sia una soluzione. In primo luogo perché per essere efficaci gli ammortizzatori devono funzionare. E quando funzionano? Quando esiste, per esempio, la possibilità di togliere il sussidio a quei disoccupati che non manifestano la volontà di cercare un nuovo lavoro. Perché questo avvenga è necessario che i Servizi pubblici per l’Impiego siano efficienti. In realtà, funzionano malissimo. Sono ancora imbevuti di cultura burocratica, di timbri e carte. Fanno poca assistenza ai disoccupati, non hanno capacità di andare sul territorio e cercare posti vacanti e dunque facilitare l’incontro tra domanda e offerta. Da questo punto di vista siamo molto indietro. I sussidi, la cassa integrazione o la mobilità poi sono sempre stati visti dal lavoratore come un “risarcimento” per avere perso il posto. Il discorso, ancora una volta, è dunque legato alla fiducia tra Stato e cittadini. Questo scambio virtuoso tra sussidi e flessibilità è possibile nella cultura del lavoro italiana? Il rischio odierno è quello di dare maggiori sussidi a chi ha più voce, ovvero ai “disoccupati organizzati”, che non sono sempre quelli che ne hanno più bisogno. Manca un controllo sociale e il giusto senso civico. Questo oggi ci impedisce di utilizzare il sistema di Welfare per uscire dai problemi. Lo consideriamo ancora un ambito a cui attingere unicamente per essere risarciti.

 

 Di Dario Banfi

 

 

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